Così controllavamo le imprese

L’ex boss dei basilischi svela i metodi usati dai clan per convincere le ditte a pagare

cossidente_antonio«Le imprese controllate da Renato Martorano non si sono mai ribellate perché ne aveva il controllo totale». L’ex boss dei basilischi pentito Tonino Cossidente, dopo aver svelato i tentativi del suo clan e di quello di Martorano – indicato dagli investigatori come il massimo esponente della ’ndrangheta in Basilicata – di mettere le mani sugli appalti pubblici a Potenza, descrive il metodo usato dagli uomini del boss per imporsi sulle imprese. «Martorano aveva il controllo totale – dice Cossidente al pm antimafia Francesco Basentini – e in caso di problemi interveniva in maniera brusca». «Lo fece anche con Carmine Guarino», sostiene Cossidente. Guarino è l’imprenditore che ha denunciato di essere stato «strozzato » da Martorano. «Guarino – sostiene Cossidente – fu picchiato da Martorano e minacciato con una pistola». Cossidente attribuisce al clan Martorano l’incendio di mezzi da cantiere di imprese che lavoravano nella città di Potenza. E racconta quello che secondo lui sarebbe accaduto a una ditta che stava portando a termine dei lavori in località Chianchetta: «Alla ditta incendiarono una ruspa». Il movente? «Per fare un favore a un amico imprenditore», sostiene Cossidente. L’impresa non controllata dal clan non doveva lavorare. Gli investigatori lo chiamano «controllo del territorio». Cosa che facevano anche i basilischi. Secondo Cossidente, anche Saverio Riviezzi, che per gli investigatori è il capo del gruppo criminale pignolese, imponeva il pizzo alle imprese. Dice: «L’imprenditore Mecca subì delle pressioni. Fu minacciato da Riviezzi con l’arma: “Tu mi devi pagare, perché stai lavorando qua a Pignola». Racconta ancora il pentito: «Mecca, impaurito, si rivolse a Carmine Campanella». Cossidente non è in grado di dare ulteriori informazioni ai magistrati. Non ricorda di preciso chi dell’impresa Mecca fu minacciato né chi si sarebbe rivolto a Campanella. Cossidente ricorda che Campanella si rivolse a lui lamentandosi per il trattamento che Riviezzi avrebbe riservato all’impresa: «Guarda il compare tuo… questo è il ringraziamento… quello è un amico, perché non lo lascia stare?». Cossidente avrebbe quindi mandato Campanella da Riviezzi: «Ma Riviezzi spiega il pentito non ne volle sapere. Disse: “Sta lavorando a Pignola. Se u n’impresa di Pignola lavora a Potenza e voi vi fate pagare l’estorsione a me non interessa”. E Campanella mi riferì che se Saverio avesse fatto l’estorsione a Mecca lui sarebbe andato a spararlo». Fu necessario quindi l’intervento di Cossidente. «Incontrai Saverio a Rifreddo e gli dissi di lasciar stare». La situazione di conflitto tra il clan di Cossidente e il gruppo di Riviezzi si ricompose in modo bonario. Ma tempo dopo un’impresa Mecca fu colpita da un attentato. Il pm Basentini cerca di capire se Cossidente ne sa qualcosa. Il pentito sembra improvvisare: «Posso solo pensare – dice – che se fosse questa imprese è partito tutto da Pignola. E là chi è che spara, diciamo… tra Sarli e qualcun altro c’è chi le azioni le fa». Il pm insiste: «Però lei non ne è al corrente…». Il pentito: «No, non sono al corrente… ma se è questa impresa è di Pignola».
FABIO AMENDOLARA
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno di Basilicata 05-01-2013
In foto l’ex boss dei basilischi, Tonino Cossidente

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