Assemblea regionale di Libera, Don Marcello Cozzi:”Dobbiamo essere responsabili del cambiamento”

Il testo della relazione tenuta da Don Marcello Cozzi, vicepresidente di Libera, durante la quinta assemblea regionale

La prima responsabilità è quella delle parole. Prima di tutto perché ce ne sono troppe. Analisi, solo analisi; statistiche, sondaggi, proiezioni, teoremi, senza però vedere sbocchi, vie di uscita, soluzioni. E quanti programmi a cui non si da un seguito. Tanti propositi, buoni propositi; ma spesso tutto finisce lì. Elucubrazioni fondate, condivise, giuste, ma bene che vada alla fine ci accorgiamo che sono solo giri di parole dietro su cui si nasconde l’incapacità di andare oltre quelle parole e l’incapacità di rimboccarci le maniche, male che vada servono solo per legittimare i nostri recinti, l’ombra dei nostri campanili, la logica dell’orticello che attanaglia le nostre associazioni. Con lo sbocco, spesso, di riempirci di mille cose, di tenere i piedi dappertutto ma senza aver capito alla fine quali sono le priorità.
La società dei mass media, della vita privata che diventa spettacolo pubblico, della politica gridata, del Parlamento trasferitosi nei talk show televisivi, è la società delle parole che scorrono a fiumi, di una loro inaudita moltiplicazione, così tante che ci si accavalla, ci si parla addosso. E non si ha più la capacità di ascoltare. Ascoltare quello che davvero ti accade intorno, ascoltare la pancia della gente, il malessere di chi non ce la fa più, il disagio di tanti, la rabbia di molti.
I nostri giovani non hanno bisogno di tecnici che soffochino quella loro rabbia con i manganelli, ma di una politica che li ascolti, che gli dia speranza, che gli faccia vedere un orizzonte, e che gli chieda scusa per come ha ridotto la scuola pubblica da vent’anni a questa parte, per il futuro che gli stiamo negando e per il presente che gli stiamo violentando. Qualcuno li ascolti i nostri giovani invece di prenderli a manganellate. E si ascoltino le famiglie in difficoltà, i senza lavoro, quelli a cui il lavoro è stato scippato, quelli che un lavoro non lo vedranno mai, quelli per i quali il lavoro non è un diritto che ti nobilita ma un favore che ti costringe a prostituirti. La gente vuole farli i sacrifici, la nostra gente li ha sempre fatti, in questa terra poi cresciuta e costruita sui sacrifici di tanti, fuori e dentro i confini regionali, purché si dica quando finiranno, purché si garantisca a tutti il minimo indispensabile per vivere, non sopravvivere, ma per vivere con dignità e purché non siano più consentiti privilegi a nessuna casta. Mai più vitalizi a vita, stipendi d’oro, doppi stipendi, compensi per parenti e amici degli amici, mai più la cosa pubblica come se fosse cosa privata, e nel frattempo vengono tagliati i servizi, non ci sono più soldi per la povera gente, si mortifica la cultura.
Che si ritorni ad ascoltare, che torni a farlo la politica scendendo nelle viscere delle persone piuttosto che usarli come serbatoi di consensi, che lo faccia davvero certa chiesa, quella che ci sembra più preoccupata a conservare i privilegi acquisiti che ad annunciare la libertà evangelica, che lo facciano le nostre associazioni troppo spesso finalizzate alla propria sopravvivenza piuttosto che al servizio della gente che a noi si rivolge.
In Basilicata viviamo una questione molto seria: la disgregazione delle associazioni, la concorrenza esasperata, l’individualismo delle associazioni, la logica dell’ombelico, un esasperato narcisismo associativo. Sentiamolo come il primo grande impegno: aiutiamoci e aiutiamo i nostri gruppi ad uscire da questa diffidenza con cui ci si guarda, da queste rivalità, dalle logiche di clan. Uniti, insieme si cambia, non attaccati alle etichette e ai campanili: insieme. Non ci sarà cambiamento finché non si camminerà davvero insieme qui in Basilicata. Come pensiamo di saper ascoltare se fra noi non sappiamo ascoltarci, confrontarci. I poveri ci guardano e ci giudicano.
Lo faccia ciascuno di noi. Solo se ascolti, ma se ascolti davvero puoi capire se nell’altro stai cercando semplicemente di soddisfare i tuoi bisogni nascosti o quelli di chi ti sta dinanzi, solo se ascolti e ascolti davvero prendi coscienza che le tue parole sono diventate inutili e stanche, solo se ascolti ti rendi conto che non si può più perdere tempo.
Ma responsabilità delle parole è anche andare oltre la loro crosta, scendere nella profondità dei significati, non farsi prendere dalle spiegazioni di comodo, ridare “sovranità” alle parole, come direbbe don Milani; perché una parola non detta per intero, svuotata dal suo vero senso non ci interpella dentro e così lascia in superficie il nostro coinvolgimento e legittima le nostre latitanze. Prendiamo, per esempio, la parola crisi. È ormai diventata sinonimo di catastrofe, di tunnel senza uscite, di fuga dalla cosa pubblica, di chiusure individualiste ed egoismi che ci autorizzano al disimpegno perché tanto mai nulla cambierà, perché sono tutti ladri e tutti uguali. Crisi, invece, viene dal greco “krino”, significa “decidere”, “svolta”, “scelta”. Altro che ritirata in buon ordine, dunque, altro che facili rassegnazioni, la crisi ci richiama tutti a fare scelte coraggiose, a prendere posizione, a decidere da che parte stare, a scendere dalle comode torre d’avorio nelle quali ci siamo arroccati con la presunzione di essere noi quelli che hanno capito tutto, la crisi ci chiama a svolte decisive da imprimere ad un sistema che sta fallendo. Oggi non dopo, ora non domani.

La seconda responsabilità è uscire dalla logica del fiammifero. Non si costruisce nulla sui mal di pancia. È importante la rabbia, ci sveglia, ci muove dal torpore ma nulla si costruisce neanche sulla rabbia. Costruire sulle emozioni significa castrare i nostri progetti, confinarli in recinti senza futuro, significa non porre solide basi, significa costruire sulla sabbia dell’entusiasmo. Poi, è sufficiente una scarcerazione in più, un’archiviazione non prevista, la solita prescrizione, oppure i riflettori che si spengono per farci alzare le mani e dichiarare la resa. Così non andiamo da nessuna parte. Fuggiamo da queste logiche. Noi dobbiamo lavorare soprattutto quando nessuno ne parla più. Una vera società alternativa a quelle del malaffare e delle mafie la si costruisce nel silenzio della quotidianità, nell’impegno anonimo nelle scuole, nel lavoro nascosto sui territori. L’aggressione mafiosa allo Stato non si è esaurita alle stagioni delle stragi, la trattativa non è un semplice pezzo di carta, parliamo di una stagione che sta scrivendo ancora oggi pagine decisive, e che oggi più che mai ci vuole politicamente e culturalmente attenti, presenti, quotidianamente vigili e non fermi solo a cortei e manifestazioni del giorno dopo; del giorno dopo, quello delle stragi cioè. Del giorno dopo, cioè quello dell’archiviazione di Toghe Lucane. Guai a pensare che il malaffare lucano si sia esaurito in Toghe lucane, che sia ormai da lasciare a nostalgici ricordi la stagione della reazione civile, che i Basilischi abbiano finito nell’appello di un mese fa la loro carriera e la loro pericolosità. Da Totalgate a Calciopoli per arrivare alla stessa versione bis di Toghe lucane viene fuori uno spaccato che non può non inquietarci, preoccuparci, richiamarci ad una presenza che vada al di là del clamore mediatico, delle marce del giorno dopo. Imprenditori spregiudicati pronti a tutto, mafiosi che frequentano salotti perbene con la stessa facilità con cui continuano a trattare droga e a fare usura; professionisti pronti a cedere alle lusinghe dei mafiosi e ad entrare in affari con loro, e politici che pur di avere voti non disdegnano di farsi aiutare da chi in Basilicata tutti sanno che è mafioso, anche le pietre. Deve farci riflettere la condanna anche se solo in primo grado dell’ex Assessore Lepore per concorso esterno; non era mai accaduto. È il segnale di un’evoluzione dei rapporti mafiosi, ma è anche un confine che si sposta pericolosamente, troppo pericolosamente, in relazioni che non solo sono sempre più corte ma che diventano sempre più intime. Male che vada viene configurato come concorso esterno, bene che vada è la logica clientelare di sempre, quella che da un punto di vista culturale è la vera mafia della nostra terra, e che viene messa in atto anche con persone dalla dubbia condotta. Non è possibile. Già di per se quell’atteggiamento è deplorevole e da stigmatizzare figuriamoci quando ruota intorno ad un boss, ad un mafioso. A chi ricopre incarichi pubblici questo non è assolutamente possibile; ai politici non è consentito. Per nessun motivo.
Tempo fa si era avviato un dibattito sulla possibilità o meno di eliminare il concorso esterno. Sappiamo benissimo cosa significa questa proposta e anche da chi veniva, ma parliamoci con chiarezza: certo che siamo d’accordo, a patto che i politici illusi vengano considerati organici a tutti gli effetti. In contesti mafiosi che si evolvono, nei quali il rito di affiliazione viene sempre più considerato il retaggio arcaico di un mafia che si modernizza (“che sono queste cose per vecchi”, mi diceva un pentito tempo fa), forse bisogna iniziare a pensare che gli affari conclusi insieme sono il battesimo che rende un politico organico al clan.
No. Basta con le amicizie equivoche con questa gente. Neanche per noi, neanche per noi preti. In una società così piccola come la nostra che si poggia sull’amicizia, sul fatto che ci si conosce tutti, proprio per questo motivo con quelle persone non si può avere nessun tipo di relazione amicale o di semplice conoscenza. Perché nessuno di noi, anche se inconsapevolmente, venga usato da questi signori come lasciapassare per accreditarsi in società.
Vogliamo intercettarli i loro passi, certo, ci preme anzi incrociarli ma solo se si lasciano guidare sulla via di una seria revisione della loro vita.
Ecco perché dobbiamo uscire dalla logica del fiammifero. Perché questi sono percorsi impegnativi, complessi, continuativi. Se in questo Paese dopo quattro secoli si parla ancora di Camorra, e dopo un secolo e mezzo si parla ancora di ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, allora vuol dire che il problema non sono loro, ma un Paese che probabilmente ha di fatto deciso di convivere con loro. In Basilicata stiamo vivendo una stagione importante che può sembrarci sonnacchiosa ma per questo è importante, siamo su un crinale: o si torna alle logiche delinquenziali di ieri o si da una svolta positiva. Noi siamo l’ago della bilancia: se qui si torna a quello che era anni fa, è perché noi non siamo stati attenti. Come diceva Caselli all’indomani delle stragi: “loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi”.
Per questo motivo quello che accade nel Metapontino non può essere affrontato solamente con fiaccolate di protesta, ci vuole un lavoro quotidiano, un camminare insieme che però da quelle parti stenta a costruirsi, e la sola Chicca non ce la fa. Lasciata poi sola a smantellare quel lido. Non è possibile.

La terza responsabilità è il senso di appartenenza. O potremmo anche aggiungere, della doppia appartenenza, visto che molti di noi rappresentano altre associazioni. Non si può aderire a Libera e restare alla finestra; Libera non è semplicemente la condivisione di un’idea ma la comunanza di un percorso con tutte le sue fatiche. Non è un atto di fede ma un patto di militanza. Aderire a Libera è sentire il peso delle cose, il peso di una macchina da far funzionare.
Chi aderisce deve rimboccarsi le maniche. Non abbiamo bisogno di soci onorari. O dentro o fuori

Ne abbiamo fatto da sempre l’asse portante del nostro impegno: confiscare i beni ai mafiosi e utilizzarli per scopi sociali.

Oggi c’è un bene ancora superiore che dobbiamo confiscare al malaffare: è il bene pubblico. Dobbiamo confiscarlo alle zone grigie, ai colletti bianchi, al malaffare di ogni tipo, ai politici collusi con le mafie. Sia questo il nostro impegno anche in Basilicata.

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