Dopo Duisburg lo Stato trattò con la ‘ndrangheta per far cessare la faida di S.Luca

Lo racconta il pentito Luigi Bonaventura. “Nel 2008 l’accordo fu rotto perché lo Stato non aveva rispettato i termini”. In questo momento ci si trova davanti a un nuovo assetto della mafia calabrese che sempre più stringe alleanze con Cosa nostra

Dopo la strage di Duisburg, avvenuta il 15 agosto del 2007, s’avviò una sorta di trattativa tra alcuni apparati dello Stato deviati e membri della ‘ndrangheta. L’obiettivo? Far cessare una guerra di mafia che, oltrepassando i confini nazionali, metteva in pericolo l’immagine del paese. Lo sostiene il pentito Luigi Bonaventura, che sta collaborando col Pubblico ministero di Catanzaro Pierpaolo Bruni e il Pm Rosanna Venditti di Campobasso. L’ex boss dice poi dell’altro: quella trattativa s’è bruscamente interrotta nel 2008, perché gli accordi presi non sarebbero stati rispettati. Da quel momento è iniziata così, contro le istituzioni, un’azione di forza della criminalità organizzata calabrese, la più potente oggi sulla piazza. Gli arsenali scoperti e le bombe messe in Procura a Reggio Calabria, starebbero lì a dimostrarlo. Ma anche l’escalation di violenza che sta riguardando Roma – Capitale e sede del Governo – potrebbero avere una spiegazione del genere.

Bonaventura, sono cose gravissime quelle che dice. Ma come ne è venuto a conoscenza, visto che proprio da allora lei è collaboratore di giustizia?
Me le confidò chi volle avvicinarmi per adescarmi e portarmi in una trappola.

In effetti lei ha denunciato, proprio su ilfattoquotidiano.it, che membri della criminalità vennero a conoscenza del suo indirizzo, perché esistevano delle talpe all’interno del Servizio centrale di protezione. Per questo la Procura di Campobasso ha avviato un’indagine…
Esatto. Da quei personaggi venni messo al corrente dell’accordo che alcuni organi dello Stato avevano preso con la ‘ndrangheta, per far sì che la faida che era scoppiata a San Luca, tra i Pelle-Vottari e gli Strangio-Nirta, cessasse. Nello specifico le confidenze più forti me le fece un finto pentito, ancora nelle file della ‘ndrangheta ma infiltrato nelle maglie dello Stato. Accordo che nel 2008, mi venne detto, fu rotto perché lo Stato non ne aveva rispettato i termini e quindi, da parte della ‘ndrangheta, stava per partire un’offensiva. Questa non avrebbe seguito solo una tattica stragista, ma si sarebbe fondata sulla delegittimazione di procure, magistrati, politici e collaboratori di giustizia. Per quanto riguarda le azioni di forza, poi, si stavano preparando dei magazzini per contenere ingenti quantitativi di armi: bazooka, ak47, esplosivo.

Ma quale struttura criminale, oggi in Italia, è talmente forte da poter mettere in piedi un piano del genere?
Chiamiamola “nuova ‘ndrangheta”. Diciamo che questa, oggi, si racchiude in una cupola a immagine di quella siciliana e infatti usano pure il termine di “cupola calabrese”. Qui, a tirare le fila, non ci sono solo gli uomini della ‘ndrangheta, ma pure alcuni appartenenti a Cosa nostra. Proprio così: si stanno riorganizzando assieme. I siciliani danno informazioni strategiche su come organizzare questo attacco allo Stato, memori delle loro esperienze degli anni ’90; i calabresi danno manforte, per tenere a bada i mandamenti oltre lo Stretto. La ‘ndrangheta sta usando tutti i proventi che gli arrivano dal narcotraffico per reinvestirli in appoggi da ottenere da qualsiasi corrente criminale. Se le stanno comprando. Come hanno fatto a Roma, con appartenenti a l’ex banda della Magliana. I fatti che stanno accadendo nella Capitale io credo che non siano un caso. Fanno parte di un disegno ben preciso, legato a questa nuova offensiva destabilizzante scatenata dalla ‘ndrangheta.

Nel frattempo si continua a “fare politica”?
Certo. La ndrangheta fa politica. È molto attiva in questo. Non solo. Non ha nessuna preferenza, non ha pregiudizi: tutti quelli che portano interessi all’organizzazione vanno bene. La ‘ndrangheta fa politica accogliendo tutto ciò che gli capita; tanti candidati, poi, loro stessi ci tengono ad andare da personaggi vicino a cosche importanti. Cercano di accordarsi per una campagna politica, che potesse trovare una spinta da queste organizzazioni.

Bonaventura, perché s’è pentito?
Quando maturai l’idea di collaborare con la giustizia, ricordo che era tarda notte e mi ero affacciato in camera da letto, dove dormivano mia moglie, mio figlio Salvatore e mia figlia Sirya Rachele. C’era un silenzio surreale e guardandoli pensai che avevo in mano il loro futuro. Da una parte c’era la strada di essere reggente di una delle cosche più potenti della Calabria (la Vrenna-Bonaventura della provincia di Crotone, ndr); dall’altra l’idea che stavo rubando loro il futuro. Nella testa mi rimbalzava il ricordo di mio padre che si congratulava con me per un omicidio che avevo commesso. Capii che non ce l’avrei fatta io a complimentarmi con mio figlio per aver ucciso un uomo. Detto questo vorrei fare un appello. Un appello alle donne, perché sono certo che solo loro possono interrompere questa scia di sangue. La donna nella ‘ndrangheta ha un ruolo fondamentale, quasi simbolico. Mi appello a loro affinché aprano gli occhi ai propri uomini. E’ chiaro che non c’è alternativa. Non è la strada giusta indirizzare il proprio figlio ad ammazzare o andare a vivere in un bunker o dietro le sbarre o finire ammazzato. Oppure chiudere la propria esistenza da collaboratore di giustizia, che vi assicuro non è una vita facile…

A proposito, vuole aggiungere qualcosa?
Sì. Rinnovare l’appello all’onorevole Pannella di venirmi a trovare. Che venga a vedere, lui o qualche altro parlamentare, cosa sta accadendo alla mia famiglia. Quello che ho subito in questi 5 anni è un trattamento davvero disumano. Si stanno portando avanti un sacco di battaglie a favore dei diritti umani. Io credo che l’attuale condizione del collaboratore di giustizia rientri a pieno titolo in questa lotta.
Fonte: Il Fatto quotidiano
27 febbraio 2012

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