L’Appello non salva i Basilischi

Sconto di un quarto della pena solo all’ultimo boss pentito Antonio Cossidente

POTENZA – In primo grado erano stati inflitti 242 anni di reclusione a 26 persone. Tre se ne sono aggiunte,
una delle quali con più di 15 anni da scontare per armi e traffico di cocaina. L’appello tra tutte alla fine ne ha assolte due per non aver commesso il fatto e due per prescrizione. Per questo a ben vedere, anche con le esigue diminuzioni di pena per alcuni e quella più consistente per l’ultimo boss pentito, il conto è tornato ancora una volta a favore dell’accusa. Al termine di una camera di consiglio durata circa sette ore, ieri sera la Corte d’Appello di Potenza ha confermato la maggioranza delle condanne emesse a dicembre del 2007 nell’ambito del maxi-processo al clan mafioso dei «Basilischi». In particolare il fondatore Giovanni Luigi Cosentino, benché pentito da ottobre del 2007, e sentito in questa veste proprio dai giudici della Corte d’appello, dovrà scontare 21 anni di reclusione, così come disposto in primo grado. La Corte ha invece diminuito le pene per i potentini Carlo Troia (da 14 anni a 13 anni e undici mesi) e Antonio Santoro (da sette anni e due mesi a sette anni), il pignolese Saverio Riviezzi (da undici anni a dieci anni e dieci mesi), e il materano Cosimo Sasso (da cinque anni e sei mesi a quattro anni). Mentre l’ultimo padrino pentito della quinta mafia, Antonio Cossidente, il boss della calciopoli rossoblù e del misterioso duplice omicidio Gianfredi da otto anni e sei mesi dovrà scontarne solo sei, in quanto le sue dichiarazioni sono state considerate utili per sgominare un sodalizio dedito allo spaccio di stupefacenti. I giudici hanno invece assolto, per non aver commesso il fatto il materano Angelo Chiefa e il napoletano Eugenio Pesce dall’accusa di associazione a delinquere di tipo mafioso: entrambi erano stati condannati in primo grado a cinque anni di reclusione. Gli altri condannati sono il reggino Bruno Azzarà (9 anni), il pugliese Santo Bevilacqua (pentito 3 anni), il potentino Rocco Brindisi (7 anni), il pignolese Gennaro Cappiello (ex collaboratore -3 anni), i montesi Mario Castellaneta (pentito – 3 anni e 10mesi) e Giuseppe D’Elia (7 anni), il potentino Michele Danese (pentito – 4 anni e 8mesi), il policorese Antonio De Paola (7 anni e 2mesi), la potentina Lucia Di Capua (6 anni e 9 mesi), il materano Vincenzo DiCecca (4 anni e 6mesi), i potentini Gennaro Durante (7 anni e 2 mesi), Donato Galasso (un anno), Rocco Gentile(6 anni e 6 mesi), il policorese Angelo Greco (7 anni e 2 mesi), il potentino Luca Labella (5 anni), il policorese Giuseppe Lopatriello (7 anni e 6 mesi), il potentino Franco Mancino (8 anni), il venosino Riccardo Martucci(6anni), i policoresi Silvano Mingolla (7 anni), Antonio Mitidieri 6 anni, i potentini Franco Pittelli (6 anni e 10 mesi), Francesco Pontiero (7 anni e 2 mesi), Nazzareno Santarsiero (3 anni e 4mesi),Egidio Antonio Santoro (6 anni), il pignolese Nicola Sarli (5 anni), il policorese Salvatore Scarcia (7 anni e 2 mesi), e il potentino Ettore Todaro (6 anni e 8 mesi). Poi ci sono ancora i potentini Carmine Campanella, un tempo luogotenente di Cossidente e Vincenzo Barra. L’inchiesta prese le mosse il 10 luglio del 1996 dall’omicidio di un agente di polizia a Potenza, Francesco Tammone, che era incappato in un incontro al rione serpentone tra alcuni maggiorenti della nascente famiglia lucana, come Pontiero, Santarsiero, Danese, Troia e Mancino. La fuga di Danese e Troia a Policoro consentì di scoprire l’asse» esistente, mentre le intercettazioni in carcere portarono elementi sia sullo spaccio di droga che sui progetti di andare “oltre”.
Nel giro di qualche mese infatti la nuova “famiglia” tutta lucana, nata per imporre il “buon ordine” nelle carceri dove spadroneggiava il crimine di fuori regione avrebbe cominciato a farsi sentire compiendo altri gesti eclatanti come il tentato omicidio di Danese perché si era rifiutato di sfregiare la sua stessa sorella colpevole di aver tradito il boss Cosentino. Poi c’è stato anche l’omicidio Gianfredi ma mentre per il primo episodio nonostante le imputazioni è arrivata una sentenza di assoluzione, il secondo non è mai entrato in questo processo se non attraverso la confessione di Cossidente.
Leo Amato
Fonte: Il Quotidiano della Basilicata 31-10-2012
In foto: Antonio Cossidente, boss della calcio connection, ora collaboratore di giustizia.

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