Allarme sicurezza per Cossidente

Cambio di programma repentino per Antonio Cossidente: doveva essere in udienza a Potenza ma qualcosa ha fatto scattare il sistema di protezione

25/10/2012 POTENZA – Doveva essere in udienza, ma qualcosa ha fatto scattare l’allarme degli uomini del servizio centrale di protezione e il cambio di programma è stato repentino: via di corsa verso un sito protetto, senza dare troppe spiegazioni nemmeno al suo avvocato. Se sia stato un pericolo reale o soltanto presunto sarà difficile da stabilire, anche perché in casi come questo l’informazione viene tenuta riservata ai massimi livelli. Ma quello che è accaduto la scorsa settimana, lungo il tragitto che avrebbe dovuto accompagnare Antonio Cossidente, ultimo padrino pentito dei basilischi, dal suo domicilio protetto al palazzo di giustizia del capoluogo, non è passato certo inosservato. E se possibile rende bene l’idea della tensione che ancora lo circonda, a due anni dall’inizio della sua collaborazione, che è poi il termine concesso agli inquirenti per raccogliere riscontri alle sue dichiarazioni. Nel caso in cui l’allarme fosse confermato non sarebbe comunque il primo episodio del genere che è accaduto. Circa un anno e mezzo fa, infatti, a farne le spese era stato il figlio di Cossidente, aggredito durante i festeggiamenti di San Gerardo nella centralissima Piazza Mario Pagano dal congiunto di un ex fedelissimo del padre. Cossidente viene considerato un collaboratore di giustizia di prim’ordine dagli inquirenti della direzione distrettuale antimafia di Potenza, ma non solo. Uno con le conoscenze “giuste” nei palazzi, conoscenze negli uffici, tra commercianti e imprenditori. Otto anni e sei mesi di reclusione in carcere nel processo di primo grado contro il clan dei basilischi possono sembrare pochi, rispetto ai venti e passa per il capo storico della famiglia tutta lucana. Ma la richiesta del pm era del triplo, la seconda in ordine di importanza tra gli 81 imputati, anche se il giudice l’ha retrocessa dietro altre tre. Cossidente nasce a Potenza il 22 ottobre del 1965 e inizia il suo percorso nel crimine verso i 20 anni, con un gruppo di persone destinato a costituire il nocciolo della nascente “famiglia basilisca”, un progetto accarezzato da tanti, soprattutto nel capoluogo: riunire le “famiglie” della regione in un cartello solo, per trattare alla pari con i padrini d’oltreconfine. Venne indagato per droga, ma la prima condanna definitiva arrivò nel 1992 per associazione a delinquere ed estorsione: quattro anni e dieci mesi di reclusione. Nel 1995 venne denunciato per associazione mafiosa, e quattro anni dopo finì in carcere con altri 82 nella prima operazione contro il clan dei basilischi. Scarcerato per scadenza termini venne arrestato di nuovo nel dicembre del 2003 nell’operazione “blackjack”. Per la procura della Repubblica di Potenza sarebbe stato il promotore di un’associazione che aveva messo le mani sull’affare delle macchinette del videopoker, creando un monopolio nel potentino e in alcune aree del Vulture facendo spesso ricorso alla violenza contro gli esercenti dei locali, così di fatto gli contestano le estorsioni. Poi c’è l’omicidio dei coniugi Gianfredi il 29 aprile del 1997. Il melfitano Alessandro D’Amato, a sua collaboratore di giustizia e reo confesso di 6 cadaveri nella faida tra gli storici clan lucani, ha ammesso di aver sparato e che l’agguato sarebbe stato organizzato proprio da Cossidente, che soltanto qualche mese più tardi avrebbe fatto la stessa scelta confessando tutto. La procura di Potenza aveva già avanzato una richiesta di arresti, ma sul dunque il fascicolo sarebbe ripartito per Salerno dove giace da allora, a causa delle accuse che anni addietro aveva fatto un altro collaboratore di giustizia, Gennaro Cappiello, nei confronti del marito del pm Felicia Genovese, Michele Cannizzaro. Infine il capitolo più oscuro della carriera criminale del boss: l’abboccamento con uno 007 che poi sarebbe finito al centro dell’inchiesta Toghe lucane bis su un presunto complotto per delegittimare alcuni magistrati di Potenza, tra i quali il pm Henry John Woodcock; e il mistero di un cd-rom con una mole di dati riservati dell’arma dei carabinieri, di cui non si è mai capito come sia entrato in possesso, un episodio per cui ad aprile sono saliti sul banco dei testimoni due pezzi da novanta del vecchio servizio segreto civile come Mauro Obinu e Lorenzo Narracci.

Leo Amato
Fonte:Il Quotidiano della Basilicata

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